La sceneggiatura

Prologo

Entroterra siciliano Esterno giorno

Giornata assolata; una stradina in terra battuta, sullo sfondo i ruderi di un castello in cima a una collina.

Una nuvola di polvere fascia una moto ape, anticipandone l’arrivo. Trasporta la statua di una madonna a grandezza naturale. La strada delimita un campo di carciofi che si estende oltre lo sguardo. Prostitute nigeriane 14enni sedute su cassette per la frutta a bordo della strada: sembrano tutte uguali. Il punto di vista è quello della Madonna, che sembra passare in rivista le giovanissime donne.

Scena 1

Il simulacro viene scaricato presso una piccola chiesa di campagna.

A riceverla c’è un giovane prete che la depone al centro della navata e, dopo essersi seduto al suo fianco, inizia un breve monologo in cui esprime tutte le sue perplessità sulla capacità di autodeterminazione.

Prete

Provo a condividere la logica che deriva dalla mia formazione ma non c’è dialogo, loro sognano, continuamente. Dentro non hanno lo spirito che conduce a dover decidere. Sembrano non condurre ciò che vivono, quasi che una forza estranea li governi. Alcuni campano da schiavi, senza percepirlo.

Altri hanno nel loro cuore un senso di libertà che non si espone e… non ne sentono la colpa.

Scena 2

Il prete lascia la statua della Madonna accanto al confessionale. L’indomani la collocherà su uno scanno laterale, notando però che è “senza vita”, contrariamente a come l’aveva lasciata la sera prima, quando sembrava avesse una espressione propria.

Prete

Rivolgendo le sue considerazioni a un vicino dipinto.

La notte è stata proficua di pensieri ma, il giorno li ha dissolti come si dissolve la vita.

Scena 3

Una ragazza inizia a vagare fra le coltivazioni.

Scena 4

Un anziano contadino lavora nei campi. Si drizza mentre asciuga il sudore e, guarda le giovani

riflette a voce alta:

I porta u suli. Su beddi, su carusi, su forti; picchì? Picchi anna fari sta fini, picchì.

Scena 5

La ragazza sale su un masso per guardare meglio il mare di plastica delle serre lontane.

Scena 6

Poco distante dalle serre un piccolo gruppo di baracche. Fra queste e l’inizio della vegetazione si apre una agorà formata da sedie diseguali, una poltrona consunta e un vecchio armadio metallico da ufficio. Al centro un focolaio creato con pietre a secco montate a cilindro.

Sulla poltrona è seduta una bambina, con in capo una vistosa parrucca di treccine giallo arancio. Attorno a lei tre coetanee giocano a immaginarsi estetista e parrucchiera. Sono serene e ridono senza apparente motivo.

Preceduta da una musica pop/araba arriva un’automobile: vecchia, con la carrozzeria di diversi colori.

Si apre lo sportello e scende un ragazzo nigeriano. Indossa una camicia totalmente aperta, al collo una catenina con un ciondolo rappresentante l’Africa. Gira attorno la poltrona dove giocano le bambine, che restano immobili e in silenzio. Si ferma al fianco di una di loro: quella più “signorina”. Resta qualche secondo a guardarla per poi accarezzarle a lungo i capelli prima di allontanarsi.

Scena 7

La ragazza continua il suo cammino fra grandi cespugli che segnano il confine con la spiaggia. Spazia fra barche e lavoratori sud africani. Adesso è in piedi su un peschereccio e scruta intorno.

Scena 8

Sulla spiaggia, fra barche ritirate e reti ammassate, un gruppo di pescatori si concede un momento di sosta. Fra di loro anche ragazzi di colore che continuano a lavorare. Il più giovane fra i pescatori, vedendo passare un sudafricano che porta in spalla alcune cassette con pesce, lo apostrofa dicendo:

Talè ciaurìa, (fa il gesto di odorare l’aria) feti comu un pisci. Pari un pisci.

Un pescatore anziano lo ammonisce

Lassulu iri, fallu sciatari. Chi è tu scurdasti quannu eranu tunni. Assà nni pigghiammu. To patri ni pighò assà. Lassali sciatari. Eranu tunni, ora su cristiani.

Secondo pescatore

U’n ssù cristiani, su armali. Travagghiunu comu i besti, ‘un si stancunu mai. Travagghiunu e basta, ‘un ssu comu a nuautri. ‘un si ribbellunu mai.

Terzo pescatore

No’ sanno ca si ponnu ribbellare, no’ sanno ca ci su “i reguli”. Iddi campunu d’accussì. Su genti “semplici”

Primo pescatore

I reguli vannu a sicundo rru bisognu. U curaggiu ti veni quannu ha’ u culu chinu. Quannu si dispiratu ‘un penzi! U pinzari jiè cosa pericolosa assà e, chisti non si ponnu permettiri.

Scena 9

Uno squarcio di luce fra l’erba alta induce a un nuovo quadro di una terra bestemmiata dal destino.

Sacchetti di plastica impigliati fra i rovi contribuiscono a creare un paesaggio surreale, dove la plastica divelta delle serre si confronta con le onde del mare.

Giovani sudafricani appaiono dolorosi fra i campi e le serre. I volti trasfigurati dai riflessi dalla polvere di verderame, rigata dai solchi del sudore.

Migliaia di cassette di frutta, verdura e ortaggi attendono pazienti il loro viaggio.

Sui camion già pronti, autisti e caporali mangiano grosse fette di anguria.

Arrivano le donne. Alcune indossano grandi fasce con le quali trattengono sulla schiena i loro figlioletti. Ad attenderle ci sono i sacchetti contenenti i prodotti “scartati”: rifiutati dai mercati e dai caporali, offerti alle donne insieme a volgari apprezzamenti alle loro forme. Donne coscienti di essere protette dal puzzo di una vita precaria.

Un onda di volti neri si contrappone al grigio triste della plastica che, dalle serre si scioglie nel cielo, si confronta con il mare.

Il sole del tramonto si rivolge con fare pietoso, uniformando tutto sotto l’elegìa dei suoi colori più cari.

Scena 10

Il vecchio contadino, seduto sul cassone della sua moto ape contempla le giovani donne dal lato opposto della strada. Dietro loro due contadini danno fuoco alle sterpaglie e l’acre fumo oscura gli ultimi raggi del sole.

Le ragazze, infreddolite e stanche iniziano a camminare avanti e indietro come in una marcia di scolarette.

Lo strano agire delle ragazze lascia travedere un misto di complicità e sfida, in cui ogni ragazza rivendica il diritto di possedere il luogo.

Altri contadini raggiungono i primi, portando con se sterpaglie da bruciare, è buio ma ancora più scuro è il cielo coperto dal fumo.

Fra il fumo e i contadini si palesa la ragazza che raggiunge il vecchio, gli si siede accanto sul cassone dell’ape.

Restano a lungo in silenzio mentre il vecchio compie larghi gesti di disappunto. Dal fondo della strada si avvicina il prete che, giunto all’altezza delle ragazze ne allontana malamente una che si era avvicinata.

Vecchio

(stigmatizzando il comportamento del prete)

Fermati. Non ti riconoscono. Il tuo abito non è la salvezza come tu la intendi. Dobbiamo essere gentili con queste povere anime, non ssù dannati. I piccati su cchiu ssà i toi ca i sò.

Chi si non fussi pi feriti du cori, dicissi chi u mali apparteni a nuautri e no a iddi, mischini.

Il prete si ferma sul bordo della strada e le ragazze prendono a girargli attorno.

Prete

Tu piangi le loro conseguenze. Sono i nuovi cittadini, sono venute a cercare guadagni facili.

Vecchio

Ti costa veramente poco rispondere alle genti. Parli sincero. Ti senti sereno?

Prete

Forse porti in te la cupidigia dei tuoi giorni, eccessi che si mischiano alle polveri di questa via. Confondi in te il desiderio con la compassione.

Vecchio

Unn’aiu cordi ttaccate e scianchi. Iò sugnu u n’fernu! A me facci addivintò niura, comu e soi. I me manu, a fini jiurnata su russi di sangu, sangu russu, comu u so.

I contadini alle spalle abbandonano i campi

Scena 11

Prete

La corda lega il mio fianco ma il pensiero è quello del mio padrone; che mi rende libero. E’ importante che accada qualcosa di nuovo, di diverso, che possa disturbare questo ordine.

(così dicendo si scioglie la corda che gli cinge il fianco).

Una ragazza inizia a cantare nella sua lingua una canzone, con voce esageratamente alta,

Vecchio

Arriverà presto, verrà il sole e non per bruciarmi le carni. Arriverà presto, tu già immagini. Presto anche i tuo occhi lo vedranno, sarà inevitabile.

La ragazza scende dall’ape e raccoglie la corda del prete.

Si avvicina alle giovani prostitute e cinge i fianchi di una di esse.

Altre si avvicinano per guardare.

Vecchio

U vidi? Iddi furunu  n’to ffernu, si vonnu sarvari, ma non sannu spinciri l’occhi.

No’ sannu suggiri i vrazza.

No’ sannu suggiri vrazza.

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